Posterous theme by Cory Watilo

I diabolici astensionisti

Questo post è stato scritto da Leonardo per L'Unità.it

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C’è un solo partito che festeggia davvero in tutta Italia, stamattina: quello dell’Astensione. Sette punti percentuali in più, una valanga: l’Astensionismo sembra ormai sul punto di diventare il partito di massa che PdL e PD non sono più. Cari ideologi dell’astensionismo militante, complimenti: gli editoriali che escono stamattina su tutti i quotidiani, sulla Delusione e la Disaffezione della Gente per la Politica e per la Casta, sono dedicati a voi, ve li meritate tutti. Mentre aspettate che diventino gratuiti on line, vagolate sui social network festeggiando e teorizzando: quando saremo il 50% più uno, cosa accadrà? Già, cosa?

Credo di poterlo anticipare, visto che in altre nazioni è già successo: quando l’Astensione sarà il primo partito in Italia, non succederà un bel niente. Ci sarà qualche editoriale in più sulla Disaffezione della Gente, qualche dibattito televisivo con ospiti molto accigliati… e dal giorno seguente chi ha vinto le elezioni governerà, chi le ha perse starà all’opposizione, come sempre. Come è successo in altri Paesi, di più antica tradizione democratica, che siamo abituati a ritenere più politicamente evoluti del nostro. Per dire, nel ’96 Clinton fu rieletto Presidente con un’affluenza alle urne del 49%, che non fece certo di lui un’anatra zoppa – perlomeno finché non scoppiò il caso Lewinsky. Per contro un’alta affluenza (come quella di cui noi italiani eravamo orgogliosi ai tempi della Prima Repubblica) in generale nel mondo non è ben vista, spesso è un indizio di scarsa democrazia: è ai tiranni che piace far sfilare compatto alle urne il 99% degli aventi diritto.

Forse dietro al movimento astensionista militante c’è un equivoco, nato con la deriva dei referendum abrogativi: quando, a partire dagli anni ’90, l’astensionismo è diventato così importante che accanto ai comitati per i Sì e per i No sono nati veri e propri comitati per l’Astensione (come quello dei vescovi al tempo del referendum per la fecondazione assistita), che per 15 anni hanno vinto a man bassa tutte le consultazioni referendarie. Ma astenersi dalle elezioni non ha lo stesso peso politico: chi non si reca alle urne, semplicemente, si chiama fuori. Governeranno gli altri, e lo faranno anche in nome suo. Meglio spargere l’idea, perché in giro c’è chi davvero non lo sa, chi è convinto che si possano invalidare anche le elezioni politiche.

L’astensionismo, in effetti, ha un che di diabolico. È riuscito a spacciarsi per rivoluzionario, quando alla fine è una resa bella e buona alla famigerata Casta, che con una riduzione dell’elettorato avrà anche meno spese da affrontare per campagne e voti di scambio. E mentre lorsignori si votano e si governano da soli, all’Astensionista resterà la gran consolazione di poter urlare “non nel mio nome”. Come se davvero gli importasse qualcosa, a chi ti frega il futuro, di come ti chiami.

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Questo post è stato scritto da Leonardo per L'Unità.it

"It’s Hard to Have Original Ideas When Everyone Around You Is the Same"

Questo post è stato preso da Lifehacker

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"It's hard to have original ideas when you are surrounded by people who all have the same experiences as you." ~ Jonathan Harris

We all want to have original ideas, but when you're surrounded by similarity it isn't exactly easy to come up with them. Some of the best ideas we have for posts don't come from internal brainstorming, but from experiences with non-Lifehacker-types in our own lives. It's normal for us to want to surround ourselves with similar people, but ultimately that's detrimental to creative thinking. If you want better ideas, step away from normal. It makes a big difference.

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Questo post è stato preso da Lifehacker

Quotidiano

Da qualche giorno, nel tragitto che condividiamo per andare a scuola e al lavoro, abbiamo preso l'abitudine di leggere il giornale insieme.

Poichè non hai mai voluto leggere un giornale se non per gli articoli sportivi, ho pensato che potesse essere un approccio un po' più morbido partire dalla free press, con i suoi articoli brevi e semplici.

Quanto è passato, una settimana? Ecco, 'mo bbasta.

Mi rifiuto di leggere anche un solo altro articolo da quei giornali.

Già immagino la tua domanda: "Perchè?".

Non te lo so spiegare. Provo a mostrartelo.

Questa è una riflessione sulla prima pagina di Leggo di oggi:

L'INCUBO DI OGNI  GENITORE

Ciao, mi raccomando. Ciao, divertiti. Sì, ciao, che noia papà. Certo, che noia, certo. Ma vallo a pensare oggi, se c’è ancora qualcosa che funziona nella testa, se non l’hai sbattuta anche tu, se
non sei come quel pullman che sembra una Smart, finito, sordo come il dolore, che poi sarà
sordo, ma dentro sa urlare forte. «Ciao» è un appuntamento, la scommessa su domani. Dici
ciao e pensi che quando tornerà tuo figlio ti racconterà tante storie e te ne nasconderà altrettante
proibite. Sai che avrà le prime notti piccole, piccole come lui. Ma dai, così si cresce, si cresce
stando fuori dalle gonne di mamma, dai pantaloni di papà. Una settimana è come un ciao, breve, allegra. Smettila, anche tu alla sua età dovevi crescere e sei cresciuto. Anche tu hai sentito «ciao, mi raccomando », hai sbuffato e poi sei corso ad abbracciare mamma e papà. E papà faceva finta di niente lasciando alla mamma l’abbraccio più stretto. In fin dei conti si vanno a divertire, mica
vanno in guerra. Mi raccomando professore... Lo dici e sai che si perderà fra troppi che  Raccomandano la stessa cosa. Poi leggi un blog: «Oggi pomeriggio abbiamo mangiato zuppa
e ravioli: buonissimi ». Ma non c’è più niente di buono, se un ciao è un addio.

Questo è un articolo, sullo stesso identico tema, di Mario Calabresi, direttore del quotidiano La Stampa

DENTRO LA GALLERIA, TUTTO IL DOLORE DEL MONDO

Ieri sera abbiamo deciso di mettere la strage dei bambini belgi nelle prime pagine del giornale perché quello che è successo è talmente universale, e ci coinvolge in modo così totale, da giustificare di passare davanti alla trattativa sul lavoro.
Non amo il giornalismo fatto per emozioni e colpi bassi, preferisco dare ai lettori analisi e contesti che li aiutino a orientarsi nel mondo complicato in cui viviamo, ma ci sono fatti che non possono lasciarci indifferenti, sofferenze che meritano compassione e empatia.
Quasi 65 anni fa, il 16 luglio 1947, ad Albenga una barca che portava in gita i bambini di una colonia di Loano affondò a un centinaio di metri dalla riva. Affogarono 43 bimbi e uno tratto in salvo morirà pochi giorni dopo. Lo scrittore Dino Buzzati scrisse un pezzo sul Corriere d’Informazione che ci parla di qualcosa che vale anche oggi, perché è senza tempo: «La camera ardente di Albenga resterà fra le cose più grandi e spaventose di tutti questi anni e della mia personale vita: la camera ardente e ciò che vi è accaduto nel pomeriggio di oggi. Ad un certo punto ha perso ogni significato il sapere come i 43 bambini fossero morti, non è importato più né il nome, né i cosidetti episodi, né gli sforzi per il salvataggio, né di chi potesse essere la colpa. (...) Così le frasi che di regola sono giudicate false e sciocche diventavano rigorosamente vere: ad Albenga, diremo per puro dovere di cronisti, si era concentrato, nel pieno della serenità, tutto il dolore del mondo e si spezzavano cuori rimasti fino a stamane di pietra».
Come non pensare a quei genitori che aspettavano i racconti dei bambini, la felicità di una settimana sulla neve, a cui è toccato il peggiore dei viaggi che possano essere immaginati; quello per riconoscere la morte nel viso di un figlio. Non esiste nemmeno nel vocabolario una parola per definire qualcosa che è contro la natura: si può essere orfani, vedovi, ma non madri o padri orfani e vedovi dei propri bambini.

La noti anche tu la differenza?

Da domani, ti prego, solo quotidiani a pagamento.

Magari lo compriamo a giorni alterni.

Magari compriamo ogni volta un quotidiano diverso.

Free press al limite solo per l'oroscopo, che ci diverte tanto.

La TAV in 11 punti

Per Diego: mi hai fatto molte domande sul movimento No TAV ed io non ero molto preparata. L'articolo che ti metto qui è un po' lunghetto, lo so, ma ti prego di leggerlo lo stesso. Se la questione TAV fosse semplice forse non ne sentiremmo nemmeno parlare. Qualche minuto speso su queste parole ti permetterà di capire meglio quello che senti in tv e alla radio.

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L'articolo è di Emanuele Menietti ed è stato preso dal sito Il Post

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Da due notti i manifestanti No TAV presidiano diversi blocchi stradali in Val di Susa, in prossimità delle aree dove sono stati avviati i lavori preparatori per la costruzione della linea ad alta velocità che metterà in comunicazione Torino con Lione. Dopo le tensioni dei giorni scorsi con le forze dell’ordine, la seconda notte è trascorsa senza particolari incidenti lungo l’autostrada Torino – Bardonecchia (A32) in prossimità dello svincolo di Chianocco e sulla strada che porta verso il Moncenisio (SS25). Autorità e vigili del fuoco sono dovuti intervenire per spegnere tre automobili andate a fuoco in una strada secondaria, per domare un incendio in un magazzino di legname e per spegnere le fiamme sul telone di un tir a Bruzolo, poco distante da Chianocco.

Secondo i leader della protesta, gli incendi sarebbero stati appiccati «ai danni del movimento stesso», ma non hanno fatto aumentare la tensione con le forze dell’ordine. Ieri verso mezzogiorno diversi blindati della polizia hanno raggiunto i blocchi dei No TAV. Con un idrante gli agenti hanno provato a disperdere parte dei manifestanti, ci sono stati lanci di pietre e altri oggetti, ma si è evitato uno scontro diretto e non c’è stato il temuto sgombero dei blocchi. Le forze dell’ordine hanno rinunciato perché non erano disponibili le squadre della Sitaf, la società che ha in gestione l’autostrada, per mettere a posto la carreggiata e probabilmente in seguito anche alla richiesta del ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, di evitare forti contrapposizioni con chi manifesta. I No TAV hanno scandito più volte il nome “Luca” contro gli agenti ricordando il manifestante Luca Abbà, in coma indotto al CTO di Torino dopo esser caduto da un traliccio della corrente elettrica lunedì, mentre stava protestando contro le operazioni della polizia. Oggi ci sono state nuove tensioni e una troupe di Corriere TV è stata aggredita.

I No TAV vogliono mantenere i blocchi almeno fino alla fine della settimana, quando potrebbero esserci nuovi cortei e manifestazioni di protesta, anche a Torino. Nei giorni feriali non è però semplice organizzare i turni per i presidi, perché molti manifestanti devono andare al lavoro o a scuola, e alcuni blocchi rischiano di rimanere sguarniti ed esposti alla possibilità di essere sgomberati con azioni a sorpresa delle forze dell’ordine. L’obiettivo dei leader dei No TAV è cercare di ottenere un maggior seguito anche a livello nazionale, con manifestazioni in altre parti d’Italia contro la costruzione della nuova linea ferroviaria ad alta velocità.

Lavori
A oggi non è ancora stato avviato alcun concreto lavoro di scavo. Nell’estate dello scorso anno è stato avviato un cantiere presso la Maddalena (vicino al comune di Chiomonte), dove saranno raccolti i detriti dei primi scavi conoscitivi utili per ottenere informazioni sul tipo di rocce, in visione del futuro scavo del tunnel per la ferrovia. Simili scavi sono stati realizzati anche dal versante francese e serviranno per stabilire il tracciato della linea verso Lione. Da inizio anno, l’area della Maddalena è presidiata dall’esercito, non dalle forze dell’ordine, in seguito alla sua classificazione ad “area di interesse strategico nazionale” da parte del Parlamento.

Chi sono i No TAV
Il movimento dei No TAV ha una composizione molto eterogenea e non può essere definito con poche parole. Comprende i valligiani della Val di Susa contrari per motivi ambientalisti o di opportunismo alla nuova linea ferroviaria, i sindaci e i rappresentanti delle istituzioni locali che non vogliono i cantieri sui loro territori, quelli che già in passato avevano protestato per i cantieri dell’alta velocità nel centro Italia, i militanti dei centri sociali e alcuni gruppi appartenenti agli ambienti anarchici. Ogni entità ha spesso idee diverse su come dimostrare il dissenso: c’è un’ampia base pacifica che sostiene sistemi di disobbedienza civile, ma ci sono anche gruppi che spingono per dure azioni di contrasto e che ricorrono alla violenza. Il movimento No TAV rivendica di essere per propria natura non violento e, nella sua storia, ha partecipato a centinaia di riunioni con le istituzioni per confrontarsi sui temi dell’alta velocità e far valere democraticamente le proprie ragioni.

Pro e contro
I No TAV sono contrari alla costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità che metta in comunicazione Torino con Lione (Francia) attraverso la Val di Susa, nell’ambito del Progetto prioritario 6 dell’Unione Europea, per collegare trasversalmente l’Europa da ovest a est. Secondo i manifestanti sarebbe sufficiente potenziare la linea ferroviaria già esistente, che dicono sia usata a un terzo della sua effettiva capacità, senza dover quindi costruirne una completamente nuova che richiederebbe lo scavo di diversi tunnel e un notevole impatto ambientale. Sui pro e i contro di una simile opera si discute da decenni, come spiegano oggi Mariachiara Giacosa e Paolo Griseri su Repubblica, mettendo insieme le ragioni di chi è favorevole e di chi è contrario alla “ferrovia più contestata d’Italia”.

Amianto
Il progetto della TAV prevede la creazione di diversi cantieri e lo scavo di gallerie in un’area della Val di Susa in cui viene indicata la presenza di uranio e amianto nelle rocce. L’uranio comporta la presenza del radon, un gas radioattivo più pesante dell’aria che deriva dal decadimento del metallo. Potrebbe accumularsi nei nuovi tunnel, dicono i detrattori del progetto, comportando seri rischi per la salute, ma nel progetto della tratta si parla di un “rischio quasi nullo”.
La presenza di amianto era già stata documentata una sessantina di anni fa da una serie di studi dell’Università di Padova. In questo caso le preoccupazioni riguardano principalmente le operazioni di rimozione e trattamento dei detriti derivanti dallo scavo dei tunnel (smarino). Secondo i No TAV ci potranno essere seri problemi per la salute della popolazione a causa dei detriti e delle polveri che si formeranno nei cantieri e lungo le strade dove saranno trasportati i materiali. Le previsioni più pessimistiche parlano di un possibile aumento di malattie cardiache e polmonari, specialmente per anziani e bambini.

I progettisti e chi è a favore della TAV ricordano che ci sono tecnologie e sistemi di sicurezza per trattare minerali potenzialmente pericolosi, contenenti amianto o uranio. Tali sistemi sono già stati sperimentati con successo di recente, per esempio nella costruzione di alcuni tunnel in Svizzera. Nel corso del tempo sono state elaborate procedure per lo spostamento su convogli ferroviari dei detriti, con precauzioni per ridurre ulteriormente la produzione di polveri. Diverse ricerche, compreso uno studio pubblicato dalla Società Geologica Italiana, sostengono che in merito alla presenza di uranio e amianto «le valutazioni quantitative preliminari inducono a non ritenere che le operazioni di scavo possano indurre un rischio sanitario apportando variazioni significative alla situazione attuale».

Ambiente
Le preoccupazioni su amianto e uranio si accompagnano a timori più generalizzati sui rischi per l’ambiente. I No TAV sostengono che i cantieri e i tunnel devasteranno ampie aree della Val di Susa, cambiando corsi d’acqua e rovinando le sorgenti sotterranee, come fu già denunciato ai tempi della costruzione dei tunnel per l’alta velocità nel Mugello (Toscana). Diversi terreni sono molto franosi, spiegano i manifestanti, e potrebbero subire altri danni con la costruzione delle infrastrutture. I cantieri di grandi dimensioni porteranno a un aumento dell’inquinamento in valle per buona parte del tempo dei lavori.

I sostenitori del progetto invitano, invece, a valutare i benefici ambientali che saranno forniti dalla nuova tratta nel medio-lungo periodo, come andrebbe fatto per un intervento infrastrutturale di queste dimensioni. Si stima che entro il 2035 la linea ridurrà il traffico su gomma in valle, con un milione in meno di camion, e raddoppierà la capacità di trasporto su rotaia delle merci. Grazie ad accordi con le amministrazioni locali, si potranno rimettere a posto i terreni in dissesto con opere compensative, come è già avvenuto (anche se a volte con sprechi e cementificazione eccessiva) nelle aree in cui è stata costruita la linea ad alta velocità Torino – Milano – Bologna – Firenze – Roma – Napoli.

I costi
Sui costi effettivi del progetto ci sono da tempo forti contrasti, con le parti che si accusano ora di sottostimare ora di sovrastimare le cifre necessarie per l’opera. I No TAV, spiegano Giacosa e Griseri, dicono che la Torino – Lione avrà un costo complessivo di almeno 23 miliardi di euro cui si dovranno sommare altre spese, come per esempio la gestione della sicurezza presso i cantieri (per Chiomonte si è arrivati a spendere 90mila euro al giorno). Denunciano anche una sproporzione nell’accordo con la Francia per i costi: l’opera sarà per un terzo sul suolo italiano, eppure il nostro paese ne pagherà il 57,9 per cento. Ci sono poi dubbi sul fatto che l’Unione Europa sia davvero pronta per finanziare il 40 per cento dell’infrastruttura.

Per rispondere a diverse obiezioni sul fronte progettuale, la scorsa estate è stato realizzato un nuovo progetto “leggero” che prevede l’uso di un numero minore di cantieri e la creazione di una linea mista. Il piano prevede la costruzione di due tunnel da una dozzina di chilometri, con la realizzazione complessiva di 29 degli 81 chilometri previsti, sfruttando in parte la linea storica. Si risparmierebbero circa quattro miliardi di euro. I sostenitori stimano che i costi per l’Italia saranno pari a 2,8 miliardi di euro per gli investimenti, spesa dilazionata in dieci anni e quindi ampiamente sostenibile. Il contributo europeo non è in discussione e potranno esserci anche sistemi di investimento privati, sul modello di esperienze simili per altre infrastrutture già realizzate in Europa. L’enorme divergenza dei dati si deve al fatto che non è possibile oggi individuare univocamente i costi dell’opera, a fronte di un tracciato che deve essere ancora stabilito definitivamente.

Corruzione
Le enormi quantità di denaro che arriveranno in Val di Susa potrebbero favorire meccanismi malavitosi e di corruzione, spiegano i No Tav. Le cronache giudiziarie dagli anni Novanta a oggi dimostrano che i cantieri per l’alta velocità sono stati sfruttati da politica e malavita per i propri affari. Uno dei punti di riferimento di questa impostazione è il libro “Corruzione ad alta velocità”, scritto a fine anni Novanta dall’ex giudice Ferdinando Imposimato.

Chi sostiene il progetto ricorda che, come già avvenuto nel caso di altre grandi opere, saranno intensificati i controlli per evitare fenomeni di corruzione. E che d’altra parte l’argomento del pericolo di corruzione può essere esteso a qualsiasi progetto, giusto o sbagliato, piccolo o grande. Sono stati firmati anche diversi protocolli d’intesa tra il governo e le amministrazioni locali per vigilare sulla regolarità degli appalti.

Turismo
Dieci anni di cantieri complicheranno la vita agli albergatori e all’industria del turismo in Val di Susa, dicono i No TAV. Questa impostazione è contestata dai sostenitori della nuova ferrovia: le località sciistiche non subiranno particolari disagi perché distanti dai cantieri e, a opera terminata, ci saranno molte più opportunità di collegamento per raggiungere le piste.

Lavoro
Il tema del lavoro per i No TAV è collegato in buona parte a quello del turismo: il minor afflusso di turisti da loro previsto porterà alla perdita di posti di lavoro nelle strutture turistiche della valle. E non si creeranno nuove opportunità di lavoro, perché le imprese costruttrici utilizzeranno lavoratori provenienti da altre aree, come si è verificato durante la costruzione delle linee TAV già esistenti in Italia.

Sulla base di diversi studi realizzati negli ultimi anni, Giacosa e Griseri riassumono che cosa dicono i sostenitori del progetto: si stima che per il periodo di costruzione troveranno nuovo impiego quattro – settemila persone, con un sensibile aumento del Pil nel territorio. Nel solo cantiere della Maddalena, dove in passato si sono verificati numerosi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, lavoreranno circa 150 persone, che dormiranno e mangeranno nelle strutture di ricezione della zona. L’indotto, dicono, potrebbe giovare a molte attività economiche in valle.

Viaggi
Una volta completata, la linea consentirà di raggiungere Lione da Torino con il treno in un’ora e 40 minuti, invece delle quattro ore che sono attualmente necessarie. Il vantaggio si estenderà naturalmente per le altre mete coperte dall’alta velocità sulla tratta: si potrà viaggiare da Milano a Parigi in circa quattro ore rispetto alle sette di oggi. I No TAV sostengono che la domanda per i viaggi in treno è in calo e che la linea non sarebbe comunque competitiva con l’aereo, che con i voli low cost offre biglietti più vantaggiosi per spostarsi verso Parigi. I sostenitori dicono, invece, che i volumi di traffico aumenteranno proprio in virtù della tratta e non solo per il trasporto passeggeri. La linea a livello locale consentirà di mettere meglio in comunicazione la valle con l’area metropolitana di Torino.

Confronto
Nonostante la decisione di costruire la linea sia irrevocabile, come ha spiegato ieri il ministro dei Trasporti Passera e come stabilito dalle ratifiche dei parlamenti italiano e francese e dai trattati europei, le proteste per l’infrastruttura proseguono e viene contestata dai No TAV la scarsa considerazione da parte del governo e delle altre istituzioni nazionali. In realtà in questi anni il confronto c’è stato tra enti locali e governo, con la costituzione di un Osservatorio che si occupa principalmente degli aspetti tecnico-economici dell’opera. Da quando esiste, ha prodotto una serie di sette pubblicazioni (i “Quaderni”) ricca di analisi e informazioni sulla nuova linea e sul suo possibile impatto in Val di Susa.

- I numeri della TAV, di Filippo Zuliani

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L'articolo è di Emanuele Menietti ed è stato preso dal sito Il Post

Pronuncia inglese per italiani

Questo articolo è stato preso dal sito Due chiacchiere

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Come dicevo qualche tempo fa, i video di John Peter Sloan mi sono stati molto utili nel tempo per affinare la mia pronuncia ed evitare che i denti diventassero tette (teeth si pronuncia tif, non tit). Oggi te ne propongo uno che si concentra sui suoni più difficili per noi italiani: la TH, la R, la W e soci. Io ad esempio non riuscirò mai a pronunciare correttamente wood e wool (ma oramai mi sono rassegnato) mentre sono diventato abbastanza bravo con la H. Davvero interessante è la spiegazione su quali contorsioni far fare alla propria lingua per essere dei provetti anglofoni.

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Questo articolo è stato preso dal sito Due chiacchiere

Scemo

Questo articolo è stato preso da Una parola al giorno

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Scemo

[scé-mo]

Stupido; non pieno, mancante; diminuzione, difetto

dal latino: [semis] metà.

Questa parola, normalmente usata come genericissimo dispregiativo, si rivela di puntualità sorprendente. Nel senso di stupido, di tardo, di banale rimanda all'immagine di ciò a cui manca qualcosa - comune a deficiente e sciocco - ma però rinforzata dalla semplicità: la mancanza o la diminuzione sono comunicate dicendo che lo scemo è una metà, metà di un giusto intero.
Così una persona che si comporti in maniera scema sarà qualcuno a cui manca di concludere un percorso interiore; un film scemo non sarà pianamente demenziale, ma più profondamente un film a cui magari manca una dimensione psicologica, o una buona trama.
Spingendoci oltre, più indietro, lo scemo può tornare neutralmente il mancante, il non pieno: si potrà combattere un'ideologia scema di valori umani, si potrà finire a pranzo la bottiglia di vino scema dalla sera prima.
Potrà anche essere sostantivo puro: finito lo spettacolo, gli attori si ripartiscono i guadagni tenendo uno scemo dell'incasso per le tasse.
E non dimentichiamo il verbo "scemare", un diminuire elegante, progressivo: finito il concerto, la folla scema lasciando l'ampia piazza in un silenzio deserto.

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Questo articolo è stato preso da Una parola al giorno

Non perchè guadagnano ma perchè si nascondono

Questo articolo è stato preso dal blog Metilparaben

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Vi dico la verità: non sono uno di quelli che si indignano all'idea che i parlamentari abbiano una busta paga sostanziosa, poiché ritengo che la loro attività sia (astrattamente) assai impegnativa, che comporti (astrattamente) notevoli responsabilità e che implichi una serie di rilevanti costi (astrattamente) finalizzati a rendere effettivo il rapporto con i cittadini e la comprensione dei loro problemi.
Né, debbo aggiungerlo, gli "astrattamente" che ho appena dovuto aggiungere tra parentesi potrebbero indurmi di per sé a una diversa valutazione, perché sono convinto che se una classe politica non si impegna, è priva di responsabilità e se ne strafotte del proprio mandato il punto sarebbe indurla a comportarsi in modo diverso, non rassegnarsi a tenersela così com'è accontentandosi di pagarla la metà.
Ciò premesso, e detto che in un momento di crisi nel quale si chiedono sacrifici a tutti ritengo comunque giusto che si parli anche degli stipendi dei parlamentari, quello che davvero non sopporto è l'atteggiamento di minimizzazione che costoro assumono ogni qual volta si parla dei loro quattrini.
Perché, ne converrete, un conto è guadagnare bene e rivendicare che si tratti di una circostanza giustificata dal valore del proprio lavoro, un altro è voler dare a bere agli altri di avere un reddito e dei benefici che tutto sommato non sono niente di speciale.
Ebbene, siccome pare che i nostri deputati e senatori abbiano scelto la seconda opzione, se ne deve dedurre che siano essi stessi i primi a ritenere marginale l'apporto che danno al paese: e che quindi siano costretti a nascondere ai cittadini non tanto il loro reddito in sé e per sé, quanto la sproporzione tra quel reddito e l'effettiva utilità del loro lavoro.
Di questo, credo, sarebbe davvero importante parlare: di come fare in modo che la classe politica, a prescindere da quello che guadagna, si ponga effettivamente al servizio del proprio paese; altrimenti, come spesso accade, si finisce per precipitare nella demagogia, che specie in un momento come questo non mi pare utile a nessuno.

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Questo articolo è stato preso dal blog Metilparaben

L'anchorman, la leucemia e i cibi di Fukushima

Questo post è stato preso da Queryonline, rivista ufficiale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale)

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Lo scorso 26 novembre ha fatto rapidamente il giro del mondo la notizia secondo la quale al popolare conduttore televisivo giapponese Otsuka Norikazu è stata diagnosticata una grave forma di leucemia. La notizia è sicuramente drammatica, ma non avrebbe in sé nulla di eclatante: la leucemia è infatti una patologia purtroppo piuttosto diffusa. La maggior parte dei media hanno tuttavia enfatizzato la notizia, mettendo in relazione l’insorgenza della malattia con il fatto che Otsuka Norikazu la scorsa primavera, per tranquillizzare la popolazione dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, mangiò in diretta televisiva verdure e spaghetti di riso provenienti dalle aree che distavano appena pochi chilometri dalla centrale.

Non vogliamo in questa sede affrontare il complesso problema della sicurezza delle centrali nucleari. Vogliamo semplicemente analizzare più a fondo il comportamento dei media.

La sequenza logica seguita da quasi tutti media è stata infatti la seguente:

Tutte le radiazioni sono cancerogene. Il conduttore ha mangiato cibi radioattivi. Ora ha la leucemia. Ergo l’ingestione di cibi radioattivi ha provocato la leucemia.

Questo ragionamento ci sembra per lo meno molto azzardato.

In diverse occasioni ci è capitato di sottolineare quanto sia difficile stabilire con certezza rapporti di causa ed effetto tra due eventi. Per esempio, parlando di terapie alternative, abbiamo più volte evidenziato che, per stabilire l’efficacia di un trattamento (tradizionale o alternativo che sia), non è sufficiente constatare una guarigione o un miglioramento in seguito all’assunzione di un certo rimedio terapeutico. Infatti le possibilità logiche sono almeno tre:

  1. esiste effettivamente un rapporto tra terapia e guarigione;
  2. la guarigione si sarebbe verificata lo stesso, anche senza terapia;
  3. la terapia potrebbe addirittura aver ritardato la guarigione. Per decidere quale delle tre ipotesi sia attendibile, occorre procedere a complessi studi in doppio cieco e ad analisi statistiche.

Lo stesso discorso vale ovviamente per valutare l’effettiva pericolosità di un presunto comportamento a rischio. Così come non basta avere un incidente dopo che un gatto nero ci ha attraversato la strada per decretare che i gatti neri portino sfortuna, alla stessa maniera non basta constatare una sequenza temporale tra l’ingestione di verdure e spaghetti e l’insorgere della leucemia per stabilire un rapporto di causa ed effetto. Fidarsi del post hoc ergo propter hoc è infatti estremamente rischioso.

Per analizzare meglio il caso specifico abbiamo interpellato alcuni esperti.

Giorgio Trenta, già docente di Radioprotezione alla Sapienza di Roma e presidente della Associazione Italiana di Radioprotezione Medica, così si è espresso:

Se il presentatore avesse mangiato 1 kg di verdura (non lavata) contaminata ai livelli più alti che mi risulta siano stati riscontrati (12000 Bq/kg di Cs 137 o Cs 134)), la dose non acuta, ma protratta nel limitato periodo di 9-10 mesi, sarebbe stata di qualche microsievert (D.Lgs 241 alla mano, in 50 anni la dose efficace sarebbe stata di 200 microsievert), quindi il fondo naturale di radiazioni avrebbe una responsabilità ben maggiore.

In secondo luogo se di leucemia linfatica cronica si tratta, la letteratura scientifica non ha mai rilevato associazioni tra questa forma leucemica e le radiazioni, neanche nel caso degli esposti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki.

In terzo luogo il minimo periodo di latenza per le leucemie radioinducibili è di almeno 2 anni. Quindi il caso è fuori da qualsiasi scientifica, razionale e logica possibile correlazione con la dose ricevuta.

Dello stesso parere è anche Umberto Tirelli, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica e Primario della Divisione di Oncologia Medica al Centro di Riferimento Oncologico, Istituto Nazionale Tumori di Aviano (Pordenone):

Sono completamente d’accordo con Giorgio. Quella leucemia era, con ogni probabilità, già presente al momento del terremoto, anche se non diagnosticata, anche perché decorre per anni senza sintomi e senza dare segni di sé.

Alla luce di questi pareri, il messaggio trasmesso dei media appare quindi sbagliato. È chiaro che non si può escludere con assoluta certezza che esista una relazione tra ingestione di cibo e insorgenza della leucemia (le certezze sono infatti bandite dal linguaggio scientifico) e che mangiare cibo contaminato è ovviamente pericoloso, ma, alla luce delle conoscenze acquisite, appare estremamente improbabile che la leucemia contratta dal conduttore possa dipendere dalle verdure e dagli spaghetti che ha mangiato.

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Questo post è stato preso da Queryonline, rivista ufficiale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale)

Quello che non vi hanno mai insegnato al corso di inglese: la perdita della lettera r

Questo articolo è stato preso dal sito Fabristol

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Come abbiamo visto qui i madrelingua inglesi hanno grosse difficoltà nel pronunciare la r nostrana. Parte di questo problema deriva anche dal fatto che in buona parte dell’inglese moderno il suono r è quasi scomparso. Si tratta del cosiddetto inglese non-rotico che si differenzia rispetto al rotico per la perdita del suono r in alcune parti delle parole. L’inglese non-rotico è una trasformazione della lingua inglese avvenuta negli ultimi due-trecento anni. Un tempo, fino quasi agli anni 50 nelle zone più rurali dell’Inghilterra, la variante prevalente era quella rotica poi è gradualmente scomparsa. Una delle ragioni di questo è sicuramente la diffusione della TV e della BBC che utilizza come variante standard la “received pronunciation”, la pronuncia della classe alta e della Regina, una variante non-rotica appunto. L’inglese rotico resiste ancora in Scozia, nella zona di Bristol (tanto che i bristoliani vengono simpaticamente presi in giro per il loro linguaggio “da pirati”) e in poche altre zone rurali. Fuori dal Regno lo troviamo in tutto il Canada e in alcune zone degli US della costa Est. Un’ altra prova del fatto che l’inglese non rotico si è imposto solo dal 1700 in poi. Tutta questa storia come ci può aiutare nel comprendere la lingua inglese? Be’ capire l’inglese non-rotico significa capire gli inglesi quando parlano e non mi pare poco. Di nuovo non mi ricordo di alcun insegnante d’inglese che mi abbia mai insegnato questo. Quando una r si trova alla fine di una parola non viene mai pronunciata (a meno che non segua un’altra parola con una vocale all’inizio, si parla di “ponte a r”). Car, bar, water, other, father, or ecc. vengono tutte pronunciate senza la r finale. Stessa cosa per la r seguita da consonante in mezzo alle parole come card, hard, board, ecc. Ma come fanno gli inglesi a capire che in quella parola c’è una r anche se non si pronuncia? E come facciamo noi non madrelingua a capirlo? Semplice, bisogna studiare la regola delle vocali lunghe: infatti car si pronuncerà caa, bar baa e water uotee.
La r pronunciata dagli americani è molto diversa da quella inglese e appesantisce le parole in modo considerevole. E’ una sorta di r pronunciata con la lingua arrotolata e molto lunga. Per gli inglesi acqua si dice uotee, mentre per un americano è uoterrrr (lingua arrottolata all’indietro, non come la nostra r).
Un episodio che mi ha fatto molto pensare oltre che ridere è quando un mio collega inglese è tornato da New York raccontandoci questa storia: “ero in un bar e ho chiesto dell’acqua ma il cameriere non mi ha capito! Alla fine ho dovuto indicargli la brocca dell’acqua di un tavolo vicino.”
Se un americano non riesce a capire la pronuncia britannica di water figuriamoci un italiano! Quindi state attenti quando andate in Inghilterra: evitate di pronunciare la r come se fosse un trattore e quando sentirete vocali lunghe alla fine della parola potrebbe essere una parola con la r finale.

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